Un’etichetta d’olio sembra semplice: un nome, una bottiglia, un prezzo. Ma quasi ogni parola che ci trovi è regolata dalla legge, e alcune che potresti trovarci sono vietate. Conoscere queste regole è il modo più rapido per capire che cosa stai comprando.
Le regole che valgono
- Reg. delegato (UE) 2022/2104: le norme di commercializzazione dell’olio d’oliva, cioè categorie, diciture obbligatorie e facoltative, origine. Dal 2022 ha sostituito i vecchi Reg. CEE 2568/91 e Reg. UE 29/2012.
- Reg. (UE) 1169/2011: le regole generali sull’informazione al consumatore valide per tutti gli alimenti, come quantità, termine minimo di conservazione, dichiarazione nutrizionale e responsabile dell’etichetta.
- Reg. (UE) 2024/1143: le indicazioni geografiche, cioè DOP e IGP.
- Legge italiana 9/2013, detta «salva olio», con le modifiche successive: alcune regole in più per l’olio venduto e servito in Italia.
Che cosa deve esserci
- La denominazione e la frase della categoria. Per l’extravergine la legge impone, oltre al nome, la frase «olio di oliva di categoria superiore ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici». Se manca, è un’etichetta irregolare.
- L’origine, obbligatoria per gli oli extravergini e vergini. È il paese in cui le olive sono state raccolte e frante: «Italia», «Spagna», oppure, per le miscele, «miscela di oli di oliva originari dell’Unione europea», «non originari dell’Unione europea» o di tutte e due le provenienze. Se le olive sono raccolte in un paese e molite in un altro, l’etichetta deve dirlo.
- Le condizioni di conservazione: per esempio «conservare al riparo dalla luce e da fonti di calore».
- Il termine minimo di conservazione («da consumarsi preferibilmente entro…»). In Italia fino al 2016 la legge lo limitava a 18 mesi dall’imbottigliamento; oggi lo stabilisce chi confeziona l’olio, sotto la propria responsabilità.
- Le indicazioni comuni a ogni alimento: quantità, lotto, nome e indirizzo del responsabile, dichiarazione nutrizionale.
- Una chiusura che si rompe alla prima apertura. L’olio venduto al consumatore va in confezioni fino a 5 litri (gli Stati possono ammettere formati più grandi per le mense e la ristorazione) con un tappo che perde l’integrità quando lo apri.
Che cosa si può scrivere, ma solo a certe condizioni
- «Estratto a freddo»: solo per oli ottenuti sotto i 27 °C per percolazione o centrifugazione della pasta di olive, cioè con i frantoi moderni.
- «Prima spremitura a freddo»: solo per oli ottenuti sotto i 27 °C con la prima spremitura meccanica, in presse idrauliche tradizionali. Oggi la si trova di rado, perché la gran parte dei frantoi lavora per centrifugazione.
- L’annata (campagna di raccolta, o mese e anno): solo se il 100% dell’olio viene da quella raccolta. Una miscela di due annate non può indicarne nessuna.
- Le caratteristiche organolettiche, come «fruttato intenso», «amaro», «piccante»: solo se si basano sull’esame ufficiale di un panel di assaggiatori e usano i termini previsti dal regolamento.
- L’acidità: chi la scrive deve indicare il valore massimo previsto alla data del termine minimo di conservazione, e accanto, con caratteri della stessa grandezza, anche l’indice di perossidi, il contenuto di cere e l’assorbimento all’ultravioletto. Scrivere solo «acidità 0,2%» per sembrare migliori non è permesso.
- I riferimenti a una regione o a una zona più piccola di un paese: sono riservati agli oli DOP e IGP, che rispettano un disciplinare e sono controllati da un organismo terzo.
Che cosa non va bene
- Nomi, immagini e bandiere che fanno pensare a un’origine diversa da quella vera.
- Nomi di regioni, colline o paesi su un olio che non è DOP o IGP.
- Diciture come «spremuto a freddo» o «prima spremitura» usate senza rispettare le condizioni di legge.
- Promesse di effetti sulla salute diverse da quelle autorizzate in Europa: ne parliamo in Olio extravergine, cura e benessere.
Le regole solo italiane
- Al ristorante l’olio vergine ed extravergine messo in tavola va servito in contenitori etichettati, con un tappo che non si può riempire di nuovo una volta finito il contenuto originale (il «tappo antirabbocco»). Non vale per l’olio usato in cucina.
- Le diciture d’origine devono essere ben visibili e leggibili, non nascoste in un angolo dell’etichetta.
- I controlli: le movimentazioni di olio sono registrate in un registro telematico nazionale, e l’Ispettorato repressione frodi (ICQRF) verifica analisi, panel test e documenti.
Come difendersi dalle etichette che promettono troppo
- Cerca la frase della categoria e l’origine: se non ci sono, lascia perdere.
- Preferisci un olio che indica l’annata: vuol dire che non è una miscela di raccolte diverse.
- Diffida di un extravergine «italiano» che costa meno delle olive che servono a farlo: in genere per un litro d’olio servono fra 5 e 10 kg di olive.
- Compra da chi l’olio lo fa e risponde con il suo nome. Su Olivum ogni prodotto ha il nome dell’azienda che lo vende, e la redazione può chiedere il documento delle certificazioni dichiarate (biologico, DOP, IGP) prima di metterle in vendita.
Questo articolo riassume le norme in vigore a ottobre 2026 e non sostituisce il parere di un consulente. Chi produce e confeziona olio deve fare riferimento ai testi ufficiali, su EUR-Lex e sulla Gazzetta Ufficiale.


